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Wladimiro Tulli. Lirismi alchemici

Elettrico e instancabile Wladimiro
di Giampiero Mughini

Wladimiro Tulli ha mangiato pane e salame con il Filippo Tommaso Marinetti che ancora nei tardi anni trenta insegnava Futurismo all'Italia e al mondo. Ha conosciuto Alberto Burri, e gli è stato amico e complice ai tempi in cui non erano così in tanti ad amarlo e a capirlo. Ha rasentato Emilio Villa e gli artisti della poesia visiva ai tempi della Nuova Foglio, quando Macerata s'era confermata ancora una volta capitale dell'avanguardia culturale italiana dopo quel magnifico esordio d'anteguerra dei Sante Monachesi, Umberto Peschi, Bruno Tano, dello stesso Tulli. (Poco tempo fa uno dei più grandi scenografi al mondo, Dante Ferretti, uno che è nato a Macerata e ci ha vissuto da giovane, mi ha confessato di giudicare Umberto Peschi come il suo vero maestro).
Wladimiro ha camminato, camminato, camminato lungo sessant'anni di storia dell'arte italiana. Ha lavorato, cercato, lavorato di nuovo, cercato di nuovo. Ha volteggiato sull'orlo dell'infinito, come lui scrive di se stesso nel bellissimo Diario clinico pubblicato l'anno scorso. è andato su e giù per le strade irregolari e tortuose della non figuratività; ha preso in mano e modellato materie diverse, dalla ceramica al ferro ai tessuti da ritagliare e incollare su quadri che erano più che quadri o non soltanto quadri.
A me Wladimiro ricorda molto Munari, e so che gli farà piacere perché lui di Munari è stato amico stretto. Il Wladimiro come persona, intendo. L'essere piccolo di statura come Munari. L'essere elettrico come lo era Munari.
L'essere infaticabile come lo era Munari, e se gli chiedevate che cosa ne pensasse di un suo lavoro di dieci anni prima, lui vi rispondeva che non gliene importava nulla, che gli importava quel che avrebbe fatto all'indomani. E il tramutare ogni stimolo e domanda della vita in opera, come mi pare facesse Munari, come fa Tulli, e come ne è l'ultimo esempio il Diario clinico che ho appena citato e che era nato da una circostanza dolorosa della vita e del destino di Tulli, l'insorgere di un enfisema che ne ha scalfito l'elettricità, la vitalità.
Solo che è impossibile pensare Tulli senza quella sua vitalità, quella sua elettricità. Esattamente come Munari, lui è uno che te lo immagini sempre in piedi, a tessere la sua tela artigiana, a sconfiggere la materia o le materie. A rifinire la sua opera, le sue opere. Sessant'anni di opere, e mentre in Italia si stavano alternando e le generazioni e i linguaggi, ed erano in tanti quelli che un giorno erano in prima linea e il giorno dopo si ritraevano o si offuscavano. Opere, quelle di Tulli, che sempre hanno in sé l'indizio come di un avvenuto combattimento, perché non è che "l'infinito" lo trovi al supermercato e lo compri già bell'e impacchettato.
Quell'infinito verso cui volavano gli aerei che Tulli immaginava e ritraeva a cavallo tra gli ultimi anni trenta e i primi quaranta, quando era l'ultimo e il più giovane dei corsari futuristi. Quell'infinito verso cui vanno le traiettorie dei suoi dipinti, traiettorie che sono come senza via di uscita, che si rinchiudono e si riaprono, si torcono e si contraggono, sembrano per esplodere e poi di nuovo si rinchiudono. Quell'infinito cui aspirava Giacomo Leopardi, uno che per Tulli non è soltanto un vicino di casa da venerare ma una sorta di passaggio obbligato, un passaggio talmente obbligato da autorizzarlo a fare una delle sue poche eccezioni alla non figuratività.
Pochissime, il ritratto di Leopardi, gli schizzi che sagomano la faccia di alcuni suoi amici, il ritratto di sua moglie in quell'opera del 1942 che invidio molto alla sua proprietaria, la mia amica Carla Tulli?
Solo che c'è molta linearità, molta coerenza, tra il Tulli che saggia la figura e il Tulli che si inerpica per le strade dell'astrazione la più rigorosa. Quel ritratto di donna del 1942 è molto affine a quella sorta di brandello di camicia, una tecnica mista del 1971 pensata a rievocare la morte di Napoleone, o a quell'altra tecnica mista che mi colpì tanto nella grande mostra maceratese di alcuni anni fa, l'opera del 1960 che ha per titolo La maglietta a strisce e che allude ai "fatti di luglio" del 1960, quelli che cambiarono il corso della democrazia italiana: mi colpì tanto e ci pensai su a lungo, se scegliere quella oppure il quadro che ho finito per scegliere a che facesse da campione dell'opera di Tulli nella mia piccola collezione di pittori italiani del Novecento. Certo che c'è linearità tra il Tulli figurativo e non figurativo, e tra le varie fasi della sua opera e della sua ricerca. Come c'è linearità tra il Tulli pittore e il Tulli ceramista. A contatto con la ceramica e nell'esercizio sulla ceramica scattano gli stessi movimenti creativi, le stesse impazienze, le stesse curiosità del Tulli che disegna e dipinge. In piedi. Instancabile. Elettrico.

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