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Giovanni Sesia

Giovanni Sesia è nato a Magenta (Milano) nel 1955. Il tema centrale nella sua arte è la memoria, come testimoniano i titoli di alcune tra le sue mostre principali: "La persistenza della memoria" del 1995, "Questioni di memoria" e "Il tempo e la memoria" del 2001, fino alla recente personale del 2003 alla Galleria Excalibur di Arona intitolata "Ritorno della memoria".
La memoria di Sesia non è quella del ricordo personale ma del tempo, memore di se stesso, del suo scorrere inesorabile, come lo stratificarsi di un significato a perdere dell'esistere. Così i volti recano il segno dell'assenza, i panni deposti e ritorti su se stessi quello dell'abbandono: proprio in questo vuoto Sesia cerca il significato profondo dell'esistenza, attraversando sguardi altri dal suo, lontani e ricongiungibili sul filo comune dell'enigma del tempo.
Moderne vanitas, dove non è più il dato oggettivo del valore effimero delle cose ad essere ricercato, dove il tempo del vissuto interiore dell'artista contamina, con i segni d'una grafia sconnessa intrecciata a gesti pittorici, la crudele indifferenza del tempo esteriore.
Proprio dall'indifferenza, dall'anonimato la memoria di Sesia riscatta gli sguardi dimenticati, e forse mai veramente visti, degli internati d'alcuni ospedali psichiatrici lombardi, fotografati ancora nel primo dopoguerra e destinati alla distruzione. Ciò che l'artista vede è che nella loro scomparsa è in gioco la sua stessa perdita, nel terribile oblio che, come un velo, avvolge l'esistenza in ogni istante e che, denso come lo strato di polvere che copre oggetti e fotografie del passato, si compie nella spietatezza di un tempo scandito dagli orologi.
L'azione gestuale di Sesia sulle fotografie s'imprime come segno d'intensa partecipazione, ad un volto, ad un abito sgualcito, ad una piega casuale, effimera come la vita, ad un oggetto stratificato di memoria. La sua azione sull'immagine è la sofferta consapevolezza di poter svelare il mistero del tempo solo rivelando nuovamente il passato, salvandolo dal rischio d'essere definitivamente "archiviato"; come per le foto dei "matti", resi nella sua opera testimoni dell'unica vera follia: quella del tempo, che trascina via il presente del nostro vivere.

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