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Alik Cavaliere. Racconto_Mito_Magia

Quegli anni li'
di Philippe Daverio

Alik Cavaliere. Per me "caso" personale. Perché Alik Cavaliere è il primo artista che ho conosciuto. Una di quelle cose bizzarre che fa sì che la vita della gente sia spesso influenzata dai "casi", gli incontri fortuiti che si rivelano immediatamente tutt'altro che fortuiti, perché vanno a generare piccole o drammatiche vocazioni. Non avevo ancora diciassette anni e la generosa benevolenza della scuola francese mi aveva consentito d'iscrivermi già all'Univesità, la Bocconi, che in quegli anni tutt'altro che allegri, il 1966 e successivi, rappresentava fino in fondo una Milano tardo sironiana e intimamente cupa, lontana cioè da ogni diritto al diverso, al divertente. Epoca archeologica anteriore al sessantotto, agli anni di piombo, alla città da bere, a quella da vomitare e a quella della happy hour. L'università era un luogo rigoroso dove i professori fumavano in aula, l'ingresso una hall ferroviaria con due panchine di terracotta blu triste che erano in realtà due leoni e che solo oggi so essere due potenti sculture di Arturo Martini, l'architettura lombardo-assiro-razionalista era firmata dalla coppia Pagano Pogatchik, ma nessuno allora lo sapeva. Si andava a lezione in cravatta e si temeva la prova iniziatica terribile dell'esame di matematica, prof Ricci, calvo, terrore degli economisti e degli ingegneri del Politecnico. Vigeva ancora il Gran Maestro della Goliardia… L'Università aveva un pensionato, disegnato con meno entusiasmo sempre dalla medesima coppia di architetti. Il pensionato aveva un sottoscala, dove una volta all'anno veniva organizzato un ballo. Il sottoscala aveva, in fondo in fondo, un piccolo bar. Il caffè costava venti lire. Ma il barista Osvaldo era forse l'uomo più gaio di tutta la faccenda.
Ero un giovane provinciale alsaziano alla ricerca del sapore della metropoli, m'immaginavo l'università come quel crogiolo di lingue che avevo annusato a Ginevra o di pelli che avevo intuito nel quartier latin. Per giunta non parlavo ancora l'italiano; meglio, lo parlavo da turista. Ero assai disperato, fra i ragionieri. Ma il caffè costava venti lire, come i quotidiani. Osvaldo gestiva non uno spiraglio ma un piccolo rifugio. Era il 1966… e i Beatles erano il nuovo faro d'una generazione che iniziava a rinunciare al parrucchiere. Da Osvaldo compariva ogni tanto un curioso avventore, taciturno e misterioso, non universitario, adulto. Ci si scambiò due parole. Poi tre. Finché un giorno, saputo che la mia lingua d'origine era il francese, non mi chiese, il nuovo attore della commedia adolescenziale, se sarei stato disposto a tradurre il testo del suo catalogo. Fu così che fui introdotto nel mondo della galleria di Arturo Schwarz. Tutto il resto ne è conseguenza. Frequentai lo studio di Cavaliere, un luogo a pochi passi da lì, antro allora per me iniziatico, dove nella polvere del lavoro giacevano questi bizzarri bronzi realizzati portando in fonderia rose appassite o foglie di cavolo. Rappresentava quella sua visione un antidoto ad un mondo che è ormai lontano quanto i lillà di Montmartre cari ad Aznavour, ma che era assolutamente l'incontrario di quella bohème parigina. Perché pochi luoghi erano più deprimenti per un intellettuale vero di quella Milano dove il commendatore stile Gino Bramieri stava tentando di rendere allegra una realtà urbana uscita dalla guerra prima e del boom dopo e che, ancora in gran parte industriale, invece evolveva verso l'inesorabile dismissione delle aree di fabbrica. Noi giovani credevamo possibile la rivoluzione e la città non sapeva che stava già arrugginendo. Se n'erano accorte, del dramma ecocosmico, le foglie d'insalata, testimoni dello sfascio in corso e pronte, per questo motivo, ad entrare nel cosmo artistico di Alik Cavaliere. Per lui la natura, quella oggettivamente incontrata, non quella ideale, quella condannata al costante disfacimento proprio come era già capitato ai carciofi dipinti da de Pisis, per lui quella natura lì, esaltata dalla composizione metallica in bronzi patinati nel modo più acido possibile, quella natura lì era il riscatto possibile, la risposta concreta e poetica alla questione politica. Perché era la questione politica quella che stava iniziando ad animarci tutti, finita la speranza nel mondo dei balocchi anni cinquanta, finita la certezza le futuro garantito ai pochi tutti perché per la prima volta stavano approdando i molti tutti, all'università, al mondo del lavoro migratorio, al diritto di giudicare se la guerra d'Algeria o quella del Vietnam erano percorso corretto e ideale dell'umanità. E Milano la marginale s'era trovata ad entrare fra le protagoniste, perché i renitenti alla leva di Francia si rifugiavano da noi, nasceva il grande dipinto antifascista collettivo nel quale Jean Jacques Lebel assieme a Baj e a … s'esaltavano in un delirio di libertà possibili, Artura Schwarz andava di Terza Internazionale filo trotzkista, gli anarchici se la prendevano coi comunisti revisionisti, ma era ancora vivo il compagno Alberganti, quello dei GAP. Si stava covando l'occupazione della Triennale. In questo bosco misterioso di idee contraddittorie Alik Cavaliere era una sorta di pensatore autonomo, al contempo isolato e presente, ironico e partecipe, distaccato o agitatore in base al mutare degli umori. E agitava il suo pensiero non costretto come gli altri a citare inutili o mal digerite letture dei dottori della nuova chiesa ma brandendo, con determinata discrezione, il suo per molti incomprensibile fare artistico. Poi i più sensibili, o i meno ottusi, o i meno impegnati in pensieri più contorti, o i meno distratti dal rumore assembleare, cominciarono a capire che quei segni suoi erano al contempo poesia e testimonianza, dichiarazione dello stato di fatto e risposta programmatica. E quando li riguardo oggi, mi stupisco perché hanno durato ben oltre l'epoca, la loro e la mia.

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