Alik Cavaliere. Racconto_Mito_Magia
L'incontro possibile: Alik Cavaliere e l'umorismo russo
di Francesca Vianini
Rovistando nel giardino di Alik alla ricerca di sensi o significati nascosti, si può incespicare nella radice di un albero, pungersi contro rovi spinosi ed accorgersi così che la realtà dell'opera non era poi tanto distante da noi e dalla nostra coscienza: forza urtante e vitale, desiderosa di un contatto, di uno scambio comunicativo, della nostra attenzione vigile e disposta all'incontro possibile, per quanto inaspettato.
Un "affabulatore" come Alik avrebbe forse gradito questa variazione critica. Una breve interferenza che s'insinua nel suo racconto, lo sospende, lo accresce, lo invade per caricarlo di più ardite e inconsuete iperboli interpretative senza perdere di vista lo scopo: l'incessante "prolungamento" dinamico e attivo del racconto stesso, in uno sforzo di dialogo diretto, contagio e apertura tentacolare dei suoi messaggi e contenuti plastici, poetici.
Ed è proprio la componente istrionica, metamorfica e teatrale della sua arte, il farsi e disfarsi continuo di azione recitata, cantata, narrata e improvvisata, a guidare in senso ironico ed umoristico la mia lettura dell'opera di Cavaliere. Non vorrei essere fraintesa: Alik è sì un cantastorie, un trovarobe fantasioso e infaticabile, un "saltimbanco dell'anima mia" come direbbe Palazzeschi; ciò nonostante, il suo umorismo così schiettamente provocatorio e coinvolgente include un sottosuolo serio, una consapevolezza storica, morale, sociale, una malinconia silenziosa, riflessiva e sconfina continuamente dallo scavo introspettivo al sorriso leggero, superficiale, galleggiante della pura distrazione e del bisticcio. Un racconto che nasce e muore come arcano mistero buffo, in uno sforzo espressivo e comunicativo che va oltre l'ironia spensierata e libertina, fino al nocciolo della vita, del dramma esistenziale amaro e assurdo.
Il confronto con l'umorismo russo così profondamente doppio e dialettico diventa un richiamo quasi obbligato.
Nel Monaco Nero, ne L'uomo nell'astuccio, ne La corsia N° 6 di Checov esiste un meccanismo analogo a quello di Cavaliere: un transfert progressivo ed evolutivo del racconto nel racconto che ne approfondisce e stratifica i contenuti comunicandoli da un personaggio all'altro e proiettando, così, l'azione scenica dentro e fuori il testo stesso, fino a noi lettori. [...]
[...] Checov c'invita ad aprire la sua scatola-giardino, "astuccio" affettivo, immaginativo che sfuma i contorni della realtà e del sogno e racchiude nostalgie, affetti, memorie, ricordi.
"Abbiamo solo piante, piante, piante. Alberi, alberelli, rise lei...Trascorriamo tutta la nostra vita nel giardino, anche in sogno non vedo altro che meli e peri" .
"Chiamava Tanja, il giardino fiorito, il parco, chiamava i pini con le radici scoperte, la sua giovinezza, il suo lavoro, la sua forza, la sua felicità, la vita meravigliosa".
Anche Cavaliere plasma le sue figure come piantasse fiori e alberi in un giardino segreto. Poi, le lascia libere di germogliare e di dare frutto, di trovare uno spiraglio di luce o di pioggia che le nutra. Egli apre una scatola: da gabbie prigioni, da griglie opprimenti, dal groviglio intricato e confuso, l'elemento naturale vuole esplodere "fuori", vuole espandersi e divenire liberamente. Così, la realtà scorre continuamente, per uno strano equivoco, dal piano del vissuto emotivo al reale esteriore in un rimestio indecifrabile di suggestioni, echi, richiami materici e non, di scrigni sepolti che solo noi spettatori possiamo aprire.
[...]
Come non pensare al forte impatto plastico-emotivo che suscita una scatola chiusa? Ultimo colloquio assente, metafisico e surreale con quel che resta di Gustavo B.? Concrezione visuale del dramma esistenziale, tra mortalità e immortalità?
Il viaggio-racconto di Gustavo B., tipo qualunque, uomo di pena, automa fra altri automi in viaggio verso l'assurda città fino alla presunta morte richiama un'altra processione altrettanto assurda descritta da Majakowskij nel suo poemetto dal titolo significativo Uomo (1916-1917): dalla nascita del poeta, alla vita "imprigionato nell'assurdo racconto", fino all'ascensione in cielo e alla chiusa lapidaria dell'Ultimo. Una poesia altrettanto scolpita, agonizzante, implorante aiuto ma, nello stesso tempo, combattuta, intrisa di un umorismo dalle note gravi, dolenti, severe. [...]
[...]L'umorismo ambiguo di Checov, il sorriso amaro che racchiudono le sue opere, così carico di struggente nostalgia, di amarezza, di precarietà, non si ferma mai alla superficie del "vedere", vuole spingersi oltre, fino alla "comprensione", fino alla riflessione e approfondirsi nel dolore. Un'ironia discreta, un umore intermedio educato all'indulgenza e alla compassione, alla disponibilità d'indagine del paradosso umano, nei suoi pregi e difetti. In fin dei conti, un accento contratto, doppio, che sgrava e aggrava continuamente lasciando un interrogativo aperto: chi lo sa?, a che serve tutto questo?, che farci?. [...]
[...] L'umorismo metamorfico di Alik si dà immediatamente nel dramma vivente delle sue sculture o dei suoi viaggi-racconto. Esso agisce sul tempo e nel tempo e, in quanto azione, trascorre dal presente nel passato fino al futuro, mescola i piani della realtà interiore ed esteriore, del dramma individuale, universale e storico, acuisce il senso di precarietà e relatività del Tutto. Strumento di distacco ma anche d'involontario approfondimento critico, morale e sociale è, esso stesso, imprigionato nel racconto, percepito nel suo farsi e disfarsi, nel suo divenire continuo.
Alik Cavaliere: Il tempo muta la natura delle cose (1964).
"La vita è passata, e io è come se non l'ho vissuta".
Scultura dell'improvvisazione perché mai definitiva, continuamente interrogata, stravolta, capovolta, negata, riplasmata.
Un umorismo capace di sconfinare oltre l'immagine per provocare nello spettatore un'improvvisa caduta nel vuoto, un'intensa pausa riflessiva e meditativa: epifania dell'incontro.
E per capire il rapporto sussistente tra l'uomo e l'albero, tra Susy e l'albero, non mi resta che richiamare ancora una volta Checov, l'immagine di "pini scuri che a distanza di tempo non ci riconoscono" che suggerisce un dialogo interrotto, una fissità straniante e alienante ma anche la disponibilità silenziosa dell'ascolto.[...]




