Alik Cavaliere. Racconto_Mito_Magia
Nel segno della continuita'. Per una definizione della poetica e sull'attualità dell'opera di Alik Cavaliere
di Francesco Tedeschi
I "luoghi circostanti"
Un punto di partenza per ripensare complessivamente alla parabola compiuta da Alik Cavaliere con la sua opera può essere suggerito dal ricordo della mostra retrospettiva che egli stesso ha allestito a Milano, in Palazzo Reale, nel 1992. Chi visitò in quella tarda primavera la Sala delle Cariatidi e gli ambienti limitrofi, in cui essa era sistemata come una "messa in scena" delle rappresentazioni proposte dal suo autore, non può non aver provato al massimo grado quel senso di sorpresa che sempre l'opera di Cavaliere è riuscita a suscitare. Affiorava in primo luogo la multiforme veste con cui agiva nei confronti del suo lavoro: di ideatore che inventa storie e situazioni, di autore che manualmente e con gli strumenti dell'azione sui materiali dà forma alle sue sculture, di regista che riesce poi a inquadrare nuovamente le figure e le narrazioni che ha elaborato, ma anche di protagonista e personaggio delle diverse ambientazioni, dove, anche se non fisicamente presente, era sempre personalmente coinvolto come attore potenziale [...]
[...] Tra le tracce più originali che in quell'occasione l'artista offriva al visitatore dell'esposizione una era costituita dal catalogo, pensato come strumento per capire l'impostazione della mostra e, attraverso di essa, la poetica del suo autore-regista, ma anche come un percorso in cui perdersi o un invito al "gioco della scultura". Giocando infatti, come suo solito, con le cose in un modo che appariva gratuito, ma che conteneva il valore profondo, umano ed esistenziale, della sua volontà di raccontare, pronta a transitare inopinatamente dal quotidiano al museo al mito, nel catalogo Alik ci consegnava una chiave di lettura che partiva dalla copertina, pensata come un modellino da costruire con la carta, perché il possessore del libro potesse ritrovare fisicamente uno dei "luoghi circostanti", un "environment" elaborato dall'artista, durante un soggiorno come "visiting professor" ad Anversa tra 1975 e 1976. La ricostruzione di un luogo anonimo, come quello delle strade che circondavano l'albergo dove era ospitato in quelle settimane, diventa per Cavaliere un momento di confronto tra la banalità del quotidiano e l'immaginario del racconto possibile. Pochi, o nessuno, penso, avranno provato a ritagliare le pagine della copertina del catalogo per assemblare la miniatura di un frammento di città, ma certamente Alik avrebbe avuto piacere che lo si facesse, lasciando un multiplo della sua scultura in tante case.[...]
Oggetto, narrazione e situazione
[...] Come emerge da diversi testi dedicati all'opera di Cavaliere di quegli anni e progressivamente dalle opere da lui realizzate, si può avanzare un confronto con la poetica del surrealismo, non tanto come ripresa di un rapporto a distanza con una tendenza localizzata nel periodo fra le due guerre, quanto per un possibile legame con le conseguenze e l'attualità della lezione surrealista, intesa nel suo senso più largo.[...]
[...] Su tre aspetti almeno del suo lavoro si possono riscontrare elementi di confronto con la definizione originale di un'arte surrealista, vale a dire la concezione dell'oggetto, l'elaborazione di situazioni, la tendenza alla narrazione.
L'oggetto di Cavaliere non è oggetto Pop, in quanto non si riferisce a un immaginario mediatico o tratto da un'iconosfera urbana "postindustriale", anche se questo non è sufficiente per indicarlo come di derivazione surrealista. Rifacendosi alla connotazione che l'oggetto assume nella poetica del surrealismo degli anni Trenta, si può cogliere come quella nuova presa di coscienza della sua qualità, simbolica oltre che materiale, possa avere però qualche validità per l'opera di Cavaliere, che usa l'oggetto non in quanto presenza monumentalizzata o come "non-sense" ironicamente adottato per scardinare la logica, ma come parte della quotidianità in cui si disperde un modo di vivere la realtà delle cose o come riduzione del valore proprio della scultura. L'oggetto, nel suo lavoro, può essere identificato con il calco dalla natura, con quei frutti e quegli alberi che proprio in quanto ripetizioni o apparenti calchi dal reale partecipano più della natura oggettuale che di quella sculturea. Dove la poetica del surrealismo ha piegato la scultura a un momento fra i tanti dell'esistenza delle cose nella realtà, il modo di agire di Alik Cavaliere fa sorgere dalla natura "artifiziata" una coincidenza fra materia vitale e oggetto scultoreo.[...]
[...] Al fondo di tutto un modo di concepire l'operazione artistica vi è poi quella tensione narrativa, cresciuta dalle opere degli anni Cinquanta in poi, che in termini esteriori sembra proseguire una concezione antiscultorea che era stata avanzata in ambito surrealista, per esempio, da Giacometti, oltre che da Dalì o Bellmer, svolgendosi poi nelle vie più recenti di installazione, sconfinanti quasi nella performance (da Oldenburg e Kaprow al citato Kienholz).
Proprio la volontà o il naturale impulso alla narrazione costituiva un tratto essenziale del modo di agire surrealista, se, come ha rilevato Breton parlando per esempio dei "cadavere exquis", una constatazione innegabile è il grado di racconto e di antropomorfismo che essi conservano, all'interno del procedimento di una casualità condizionata dal ricorso a un certo immaginario. Come per i fogli realizzati a più mani, così per gli oggetti "a funzionamento simbolico" l'incidenza della volontà significante o interpretativa all'interno della semplice presentazione di oggetti trasferiti in ambito artistico denota l'implicita qualificazione narrativa di un modo di concepire l'atto artistico fuori dalle preoccupazioni formali o formaliste.[...]
Metamorfosi, mito e narrazione nell'opera di Cavaliere degli anni Ottanta e Novanta
In una delle testimonianze con cui colleghi e amici dell'Accademia di Brera hanno ricordato a pochi mesi dalla scomparsa la figura di Alik Cavaliere, Elena Pontiggia poneva il suo operare all'insegna dell'"idea di metamorfosi" riconoscendo nei processi di trasformazione direttamente indicati fin nei titoli dei suoi lavori, a partire dagli anni Cinquanta, o nei temi del suo agire, il possibile filo conduttore di un lavoro che si misura con le sue applicazioni, nella natura e nel mito, nella fisiologia come nella filosofia.[...]
Si potrebbe osservare che forse l'idea di metamorfosi è presente nel surrealismo non solo come elemento di sorpresa, ma che anche presso Dalì, Ernst, Masson e altri artisti attivi in ambito propriamente surrealista la metamorfosi trova possibilità di ricollegarsi al mito, magari per introdurre accenni alla sua validità in chiave psicologicistica, ma è indubbio che per Cavaliere la volontà di narrare, propria al mito nella sua vitalità, che travalica la specificità delle epoche e della cronaca, incontri radici antiche, come lo stesso artista si trova a considerare, in una nota di uno dei suoi ultimi quaderni di appunti diaristici, che avrebbe voluto intitolare "Metamorphoseon libri". [...]
Con quel suo atteggiamento di responsabile dubbio, quella forma di autointerrogazione al setaccio del quale passa ogni sua realizzazione, destinata a suscitare pensieri e ipotesi di racconto, più che storie compiute, la struttura aperta dell'ambientazione incontra la figura della metamorfosi come la via maestra per indicare, con esempi anche lontani, usati come motivi di ispirazione, in che modo l'instabilità e il desiderio possano prendere forma in quelle situazioni complesse dove l'eros, la ricerca della giustizia, la memoria, l'aspirazione all'assoluto si ritrovano dentro le pieghe e le possibili immagini di una contemporaneità che si nutre delle più svariate fonti.
A partire dai primi anni Settanta questa tendenza alla narrazione "aperta" trova, appunto, nella forma delle ambientazioni (o "environment") la singolare via della "messa in scena", con situazioni come Apollo e Dafne e A e Z aspettano l'amore. In queste e nelle successive, come la complessa ambientazione dei Processi per la Biennale di Venezia del 1972, Cavaliere crea delle sintesi originali di elementi che sembrano derivare tanto da Bernini quanto da Buňuel, per realizzare quella che definisce come "Scultura spettacolo". [...]




