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Alik Cavaliere. Racconto_Mito_Magia

Alik Cavaliere. Il teatro della scultura
di Elena Pontiggia

Esplorare l'infinito della natura: quella che i filosofi chiamano la natura naturans, che continuamente genera la vita e continuamente la trasforma, suscitando incessanti metamorfosi. Esplorare l'infinito dei miti: quello di Apollo e Dafne, di Pigmalione, di Narciso, ma anche quelli, più dimessi, annidati nell'esistenza quotidiana. Esplorare l'infinito della memoria, quella autobiografica e quella storica, attraversando il tempo e dialogando con la latinità di Lucrezio, col Cinquecento di Giordano Bruno, col Quattrocento dell'Ariosto, sentendoli vicini e contemporanei: è stata questa la poetica di Alik Cavaliere.
Un'aspirazione all'infinito anima la sua ricerca. Per questo la sua scultura non è un oggetto o una forma chiusa, ma una forma aperta, anzi una scena aperta. L'opera, amava dire, è un "non concluso", come ogni cosa che vive.
L'infinito a cui tende Cavaliere non è un infinito romantico, ma vitalistico: è l'infinito di un poeta da lui amatissimo come Lucrezio, per il quale la natura non ha limiti, e ogni cosa, anche la più piccola, è formata da particelle inesauribili; è l'infinito di filosofi altrettanto amati come Giordano Bruno e Campanella, per i quali terra e cielo non hanno confini, e immensi sono il numero dei mondi e la sensibilità delle cose vive; è l'infinito visionario dell'Ariosto, che arriva sulla luna cinque secoli prima degli astronauti e tesse un racconto d'arme e di amori che non ha termine.
Per esprimere quel senso di infinito, che per un italiano di sangue russo come lui (sua madre era di Yalta) coincideva anche con un senso barbarico e mediorientale di horror vacui, Cavaliere ha coniugato realismo e surrealismo, fisica e metafisica. Ha guardato a De Chirico, a Magritte, a Duchamp, comprendendo che il significato dell'opera è tanto più inafferrabile quanto più l'imitazione della realtà è precisa. Il mestiere, prodigioso, con cui ha trattato il bronzo (che per sapienza artigianale può richiamare i maestri del Liberty e dell'Art Nouveau) e l'attenzione a un numero incalcolabile di altri materiali, gli è sempre servita per potenziare la dimensione di ambiguità illusionistica della scultura. Perché in arte solo la falsità è vera, anzi è più vera della verità.
Lucrezio non distingueva tra piccolo e grande, perché tutto è infinito. Cavaliere non distingue fra vero e falso, perché tutto è metamorfosi, tutto è apparenza mutevole.
La sua ricerca, che prende le mosse da Picasso, dialoga con l'esistenzialismo di Giacometti, ha punti di contatto con il neo-dada, la Pop Art e il Nouveau Realisme, ma rimane un episodio singolare nel panorama artistico del suo tempo perché, più che una forma di scultura, è una forma di teatro, anzi un teatro della scultura.
E', insomma, un racconto e un racconto scenico. E, come ogni opera teatrale comprende numerosi artefici, così Cavaliere lavora spesso a più mani, a cominciare dalle opere nate dall' intenso sodalizio con Vincenzo Ferrari.
Come un personaggio shakespeariano, Alik ha del metodo nella sua follia. Il suo metodo è l'anarchia, il ritorno al disordine (anche se ha sempre coltivato una sua dimensione classica, pur venata di umori barocchi e dadaisti). Il suo metodo è l'ironia affettuosa, sapienziale, che trasforma le risposte in domande e le certezze in interrogativi. Il suo metodo, ancora, è l'accumulo di elementi e di luce in un caos consapevole e rigoroso, senza una logica apparente. Perché la mancanza di logica è la vera logica della vita. [...]

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