Alik Cavaliere. Racconto_Mito_Magia
"Ogni cosa e' limite e liberta' di un'altra"
di Patrizia Nuzzo
[...] Alik Cavaliere era uno scultore dalle "sospette" certezze, e dai "sicuri" dubbi. Alla teoria ben perimetrata preferiva l'interrogazione, la sperimentazione, il vagare libero alla ricerca di nuove soluzioni e di pratiche artistiche, a dir poco, inquietanti.
Il suo "viaggio" nell'universo/labirinto delle forme riassume anche lo statuto de I Processi: egli cede definitivamente il passo ad una scultura fattasi "spettacolo" che, in sintonia con le ricerche più audaci della propria epoca, si presenta priva di un centro: ".. l'arte ci circonda, ci avviluppa, ci giunge con un rumore forse più attutito e diffuso, ma da più innumerevoli, talvolta imprevedibili parti. L'artista è all'interno di una situazione dove si trova ad agire, in piccola parte, quale "operatore culturale" e ad essere contemporaneamente un semplice spettatore, un comune mortale".
Cavaliere propone, dunque, una scultura "discorsiva", narrante, aperta alla pluralità delle angolazioni, decentrata sino a diventare labirinto, ambiente, percorso, interrogazione confronto e dibattito, "ma capace anche di offrirsi come contenitore di memorie, affetti, testimonianze di ciò che è stato e non è più".
Ne I Processi - installazione di notevoli dimensioni (cm 590 x1010 x 990) che egli concepisce e realizza nel 1971, e che presenta alla Biennale di Venezia nel 1972 con voce recitante e testo di Roberto Sanesi e commento musicale di Bruno Canino - entra in scena la metafora della vita, l'ambiguità dell'esistenza, l'urgenza di voler rappresentare la distanza incolmabile che separa l'uomo dalla verità, la vana pretesa di voler imporre un ordine razionale all'ingiustizia e all'assurdità delle leggi.
Su una quinta si legge un sottotitolo Lettura di William Shakespeare, sin troppo diretto riferimento al drammaturgo inglese, laddove piuttosto riecheggiano, in questa enorme scultura-spettacolo, le voci di altri autori quali Beckett, Pirandello e soprattutto Kafka. Gli ingranaggi della "macchina celibe" finiscono per schiacciare l'anonimo personaggio kafkiano che, ignaro dei capi d'accusa, verrà a poco a poco dominato da un sentimento oscuro di colpa che lo porterà ad accettare con rassegnazione l'inevitabile e cercata condanna.
Anche ne I Processi di Cavaliere si narra di un processo, le cui circostanze appaiono inverosimili: chi accusa e chi? E per quale colpa?
Al centro del patibolo un manichino, seduto su una poltrona di velluto bordeaux, indossa i panni del giudice, accanto a sé ha i suoi documenti e i suoi libri, ha pronte una valigia e un paio di scarpe. Ha la possibilità di travestirsi: da sacerdote, da militare, da personaggio anonimo che può fuggire, che può scegliere qualsiasi altra opzione, tra le innumerevoli possibilità che gli mette a disposizione la vita. Può cambiare, in qualche modo, il proprio destino.
Va ricordato che qualche anno dopo Dennis Oppenheim costruirà, in Lecture, un'impressionante platea abitata da un solo manichino che ascolta, da un altro manichino posizionato su una cattedra, la cronaca di un serial killer che ha appena ucciso tutti i protagonisti dell'avanguardia americana, da Morris ad Oppenheim stesso. L'opera di Oppenheim anticipa la fine delle neoavanguardie radicali degli anni ‘60 e ‘70 e il nuovo ritorno all'ordine degli anni '80. L'environment di Cavaliere ha più a che fare con una condizione ontologica dell'uomo, ma non tralascia, né certo può tralasciarla, la condizione dell'artista e il cortocircuito comunicativo in cui si dibatte l'arte contemporanea.
Sottoposti a questo giudice-manichino una serie di personaggi drammatici: un Uomo dietro le sbarre, una Donna dietro una grata, "che diventa vedova, orfana che viene privata di qualche cosa". La Natura è costretta in una gabbia, che si "é rovesciata le radici crescono dalla terra verso il cielo sterili non danno fiori i fiori marciscono sotto terra.."
Racchiusi in gabbia o bloccati dalla durezza della grata, questi personaggi-manichini esprimono l'inadeguatezza della logica, della ragione che li governa; essi appaiono collocati in uno spazio "aperto" dove l'ordine apparente delle cose sembra cedere il passo al senso di spaesamento e di assurdità che cattura il nostro sguardo. La visione appare enigmatica resa ancor più ambigua dal pavimento specchiante delle lastre di acciaio che dilata l'innaturalità dello spazio. In una ibernata attesa - resa ancor più forte dalla contrapposizione dei materiali - il legno-caldo e la grata-gabbia-ferro-freddo - questi personaggi, protesi a comprendere l'insondabile, si riservano un destino fatto di quinte, anticamere, sale d'aspetto, scale che salgono e scendono e che sembrano ridurre la loro esistenza ad una sterile attesa sulla soglia di una verità per definizione inaccessibile, impenetrabile.
"..lo spazio indicava così il labirinto allucinato dove gli esseri non possono comunicare: il tema dell'alienazione, dell'angoscia esistenziale"
E' lo stesso artista ad informarci sulla genesi di un'opera nata sulla spinta degli avvenimenti del sessantotto, con tutto il palinsesto di problematiche accumulato in un breve volgere di tempo. E tuttavia quelle stesse istanze di libertà e di confronto - rivendicate dai vari movimenti politici dell'epoca – appartenevano da sempre alla sua poetica di uomo nel mondo, ancor prima che artista.
Chi serve fedelmente il potere non sente amore di se stesso non sente amore di se stesso che serve fedelmente il potere ego te badpizio in nomine diavoli ego te badpizio in nomine o ora tocca te, poi a te, poi agli altri, perché continuerò a ritenermi infimo, finché non sarò salito più in alto di tutti." – così recita il testo
straordinario e ironico di Roberto Sanesi che – come già ricordato - accompagnava l'opera di Cavaliere alla presentazione della Biennale del 1972. E ancora "...Questa faccenda richiede inganno, silenzio e segretezza. Se non sai sorridere dalla parte in cui tira il vento ti prenderai un raffreddore."
Metafora del potere, teatralizzazione degli avvenimenti reali, dramma umano e sociale dove non esistono eroi, I Processi di Cavaliere esprimono, in uno spazio teatrale "bloccato", ibernato dall'assenza di azione, di svolgimento, le ansie dell'uomo costretto a cedere ai compromessi, a sottostare alle logiche del potere. "Un cavallo, un cavallo per il mio regno" grida Riccardo III, sul finire del dramma sheakespeariano, quando la sconfitta gli si palesa davanti agli occhi e comprende che perderà il suo regno, il suo potere, perderà tutto, tutto ciò per cui ha commesso crimini agghiaccianti, inganni assurdi, misere meschinerie. Riccardo sceglie il male assoluto e da qui la sua libertà, come il Caligola di Camus, va fino in fondo alla sua follia denunciando con i propri crimini l'assurdità del mondo.
In Cavaliere le figure umane, presenze-assenze dallo sguardo malinconico, vengono imprigionate in gabbie e, in tal gioco ambiguo di specchi e vetri, vengono proiettate in un luogo precario, onirico, in cui tutti gli oggetti, chiamati anch'essi a "costruire lo spazio", piuttosto concorrono, come in un sapiente trompe l'oeil barocco, ad infrangerlo, a de-costruirlo.
Se la cifra specifica del linguaggio scultoreo è rimasta a lungo, in pieno novecento, come già si è detto, quello di una massa compatta, quella di un volume che "occupa" uno spazio, mentre il godimento dell'opera permaneva affidato ad una visione percepita girandole intorno, Cavaliere sembra condividere l'altro percorso che si poneva come alternativo inteso a "dilatare" tanto lo specifico della scultura quanto i modi della sua fruizione. Le sue opere non occupano uno spazio, ma piuttosto lo "istituiscono" con tutte le ambiguità, le pluralità di senso che la visione comporta. L'intera sua ricerca si pone al di là del linguaggio specifico della scultura: vuole oltrepassare le apparenze delle cose ed essere, nel senso più compiuto, opera "aperta" ad una moltiplicità di sviluppi e di significati. L'arte, per Cavaliere, è atto motivante per qualche cosa d'altro: incitazione dello spirito a restituire attivamente, dietro i significati formali o estetici, dei valori primari che sappiano affondare il coltello nell'enigma dell'esistenza. Egli arriva ad interrogarsi su ciò che si cela dietro le forme, su ciò che esse implicano non solo nell'anima di colui che le crea, ma anche in colui che le guarda e le percepisce come entità presenti. L'arte dunque intrattiene un rapporto molto stretto con la vita, e le forme rinviano ineludibilmente ad essa. L'avvicinamento "scandaloso" tra l'arte e la vita, tema centrale del ‘900 e spina dorsale dell'avanguardia, resta in primo piano.
Cavaliere cortocircuita il terreno specifico dell'arte per mettersi in relazione con una storia dell'uomo che non è solamente, né principalmente quella delle cronache e delle battaglie, ma soprattutto quella dei miti, delle angosce, delle speranze collettive. [...]




